L’importanza di valutare le caratteristiche dell’undici che si deve affrontare e in base a queste decidere le esercitazioni migliori da usare in settimana.

Nella prima parte dell’articolo relativo alla preparazione della gara, abbiamo esaminato con alcuni esempi il concetto di “flessibilità” per l’allenatore moderno, ovvero la lettura e l’interpretazione della gara attraverso la “tattica applicata” nelle due fasi di gioco (cioè le soluzioni da usare in base alle contrapposizioni con gli avversari). Nello specifico ora cercheremo di comprendere come confrontarsi con le squadre che adottano filosofie di gioco e princìpi tattici specifici attraverso alcuni esercizi ed esercitazioni a tema.

SQUADRA CHIUSA CON BARICENTRO BASSO

Prendiamo il caso di un undici che ha mediamente un baricentro arretrato e crea una rilevante densità difensiva in zona palla; concede poco la profondità, giocando in attesa nella propria metà campo. Ha di solito l’obiettivo di riconquistare la sfera in un settore di centrocampo alquanto difensivo per attuare una ripartenza immediata. Su cosa lavorare? Ad esempio, su giro palla, palleggio e ricerca dell’ampiezza; o ancora su sovrapposizioni e cross.

In particolare, se la difesa concede la ricezione sugli esterni, è opportuno attuare il principio della sovrapposizione immediata; se, invece, “scappa” oltremodo per togliere la profondità, è più logica la giocata tra i piedi degli attaccanti, davanti alla linea degli oppositori. Si possono optare anche per “conversioni” in conduzione per il tiro nel caso in cui si disponga di attaccanti laterali schierati a piede invertito. Le “conversioni” sono soluzioni ottimali anche in assenza di giocatori abili nel gioco aereo. O ancora cercare le conclusioni da “fuori”: le squadre “chiuse”, infatti, concedono maggiormente la finalizzazione da fuori area. 

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Le soluzioni che si possono adottare col reparto mediano per evitare l’opposizione degli avversari. Le idee con un centrocampo a quattro classico e con uno a rombo.

Le rotazioni sono dei movimenti coordinati tra tre o più giocatori che cambiano la loro posizione per fornire più soluzioni di passaggio al giocatore in possesso. Lo sviluppo del gioco conseguente alla costruzione medio-bassa prevede quasi sempre un continuo movimento dei centrocampisti, in base al sistema di gioco utilizzato, per eludere il pressing avversario e creare degli spazi e delle continue linee di passaggio utili al proseguimento della manovra. Le rotazioni che si notano con più frequenza sono quelle del centrocampo a tre, sia con il vertice basso sia con quello alto, ma nell’evoluzione del calcio attuale diversi top club europei le attuano (magari solo da un lato del campo, molto probabilmente per sfruttare al meglio le caratteristiche dei calciatori) anche con un centrocampo “aperto” a quattro.

Come per l’apprendimento dei vari meccanismi dei sistemi di gioco, tali movimenti sono di più facile as- similazione e attuazione se si allena la squadra per princìpi invece che per schemi preordinati. Ci permetteranno anche di aiutare i nostri calciatori a risolvere in gara problematiche legate a una o più marcature a uomo fatte a centrocampo dai nostri avversari.

I PRINCÌPI GENERALI

Prima di addentrarci nelle varie possibilità, conviene specificare quali siano i concetti principali per le rotazioni a metà campo, cioè:

- se il centrocampista è marcato, deve liberare lo spazio aprendo nuove zone di smarcamento per i compagni;
- lo smarcamento deve essere eseguito dal potenziale ricevente quando il compagno può effettuare il passaggio;
- deve essere svolto in uno spazio (zona luce), ad esempio in zona di rifinitura, tra le due linee di centrocampo e difesa avversarie;
- è fondamentale che avvenga con un postura che consenta un’adeguata visione del gioco;
- chi trasmette la palla deve muoversi per occupare un altro settore (ciò consente di non dare punti di riferimento agli oppositori).

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Una soluzione per iniziare il gioco dalle retrovie che consente di sfruttare quasi sempre una superiorità numerica almeno di un uomo. Le opzioni di gioco centrali e sulle catene. La palla “lunga”.

La costruzione nei sistemi di gioco con tre difensori centrali e due centrocampisti centrali si può utilizzare, quasi “naturalmente”, con il 3-4-3, il 3-4-2-1 o il 3-4-1-2, ma può essere anche il risultato di altri schieramenti, che, in fase di impostazione, trasformano l’assetto in una di queste organizzazioni. Per questo motivo, infatti, i due centrali avanzati in fase di possesso, possono essere molto spesso i due centrocampisti o addirittura i due terzini in alcune rotazioni. Il 4-3-3, usato a volte da Pep Guardiola specialmente quando era a Monaco, prevedeva questa rotazione con il mediano che si abbassava in mezzo ai due difensori e gli esterni bassi che occupavano la parte mediana del campo, andando a formare un “quadrilatero” con le due mezzali.

L’utilizzo della 3+2 per la costruzione del gioco dà vita, quasi automaticamente, a due figure geometriche, una che garantisce la costruzione “difesa – centrocampo – attacco” e l’altra la costruzione diretta “difesa – attacco”.

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L’allenamento delle capacità tecniche attraverso sequenze di trasmissioni e ricezioni inseriti in un contesto simile a quello della partita.

Far vivere in allenamento ai nostri giocatori quante più situazioni ed esperienze possibili che possano ritrovare in partita permette loro di avere un bagaglio più ampio per risolvere le diverse problematiche che possono nascere durante una gara. Questo inciso sicuramente può ritenersi vero e in fondo è la base del gioco del calcio, ma è il tempo con cui un giocatore prende decisioni e agisce che stabilisce il suo livello di abilità / bravura. Inoltre, decidere e scegliere è solo uno step: il “come” e “con che qualità” gestire quanto accade in campo fa la differenza. È fondamentale, pertanto, fornire ai nostri giocatori tutte quelle competenze tecniche indispensabili per una corretta esecuzione dei gesti, sia con il piede dominante sia con quello debole. Infatti, è un errore condizionare una scelta di gioco a causa dell’incapacità di realizzarla tecnicamente.

ANALITICO O SITUAZIONALE?
Da sempre, ma in particolar modo negli ultimi anni, nel mondo del settore giovanile, vi è un’accesa diatriba tra i sostenitori delle esercitazioni situazionali e quelli che invece preferiscono l’analitico. Dove sta la verità? Chi ha ragione? Beh, forse entrambi. Infatti, il fatto che il calcio non sia una scienza esatta è uno di quegli aspetti che lo rende così speciale e che appassiona persone in tutto il mondo. E a proposito della domanda sopra indicata, dobbiamo considerare che nell’arco di 10-12 anni di settore giovanile è necessario formare i nostri ragazzi dalla A alla Z; è essenziale dare loro tutti quegli strumenti di carattere tecnico, tattico e motivazionale che li possono rendere il più completi possibile. Immaginate che ogni giocatore si presenti sui campi con uno zaino e l’allenatore, in ogni seduta, debba aiutarlo a riempirlo: ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno con una proposta diversa, più ricca, più complessa affinché il calciatore in partita possa estrarre dallo zaino stesso la scelta ideale al momento giusto per risolvere ciò che si trova ad affrontare. Tutto questo può succedere solo alternando e variando al massimo le proposte. Estremizzando, credo che lavorare unicamente sul situazionale consente di avere giocatori molto abili nel leggere le situazioni, ma avranno una tecnica sufficiente per gestire la palla individualmente e trovare le risposte a quella situazione che sono riusciti a “leggere” magari in anticipo? Al contrario, allenare solo con il metodo analitico ci permette di avere certamente una squadra con spiccate capacità ge- stionali dell’attrezzo, ma forse poco capace di comprendere velocemente la macro-situazione partita.

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Gli accorgimenti e le esercitazioni per stimolare il passaggio da una fase di gioco all’altra con i giocatori delle fasce agonistiche del vivaio.

Il calciatore, infatti, deve passare da una formazione tipica per ruoli a una certa polivalenza e soprattutto deve divenire un elemento capace di leggere e interpretare le varie situazioni applicando la tecnica di base ad alta velocità e sfruttando le proprie peculiarità fisiche. Non sono più sufficienti ottime abilità tecniche, ma sono indispensabili anche concetti come ritmo, aggressività e velocità che rappresentano ormai le caratteristiche imprescindibili per un calciatore.

Sono poi importanti:
• la velocità fisica – per uno spostamento rapido da una zona a un’altra;
• la velocità mentale – per scegliere in modo rapido, secondo le varie possibilità, la soluzione migliore;
• la velocità tecnica – per controllare o passare il pallone anche con un solo tocco, rendendo di conseguenza la giocata e la squadra rapide.

Da queste considerazioni, si può capire che la fase di transizione deve essere una delle protagoniste di tutti gli allenamenti, dal settore giovanile alle prime squadre.

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Come utilizzare queste esercitazioni coi giocatori delle categorie agonistiche del vivaio. Pro e contro e alcune proposte pratiche.

La traduzione letterale di Small-Sided Games (SSG) è giochi in spazi ridotti. Derivano dalle “partitelle” che tutti i bambini hanno giocato almeno una volta per strada o in cortile con i propri amici, le quali, pur non avendo regole ben definite né tantomeno arbitri e allenatori, venivano disputate su un campo più ristretto rispetto a quello regolamentare e/o con un numero minore di partecipanti. Quindi, alla domanda se gli SSG possono essere sfruttati con successo nel settore giovanile, la risposta pare ovvia. Anzi, è proprio in tale contesto che dovrebbero essere maggiormente adottati, sebbene siano importanti anche negli adulti. Gli aspetti positivi e pratici sono diversi: infatti, i calciatori, presi dalla voglia di prevalere sui propri compagni di squadra, si allenano senza risparmiarsi, migliorando sia dal punto di vista tecnico-tattico sia fisico, senza rendersene conto.

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L’apprendimento e il consolidamento degli schemi motori di base attraverso esercizi di pre-acrobatica e non solo.

Immaginiamo per un attimo di essere degli ingegneri: ci è stato affidato il compito di costruire un palazzo di dieci piani. Un compito impegnativo, ma ci rimbocchiamo le maniche e iniziamo le nostre valutazioni. Innanzitutto, faremo uno studio geologico per capire le caratteristiche del terreno su cui edificheremo. Una volta svolto questo esame, sceglieremo il materiale più opportuno per costruire le fondamenta, in virtù dell’obiettivo che intendiamo raggiungere. Trattandosi di un palazzo piuttosto alto, sarà necessario optare per delle fondamenta solide e robuste, che possano sostenere tutti i piani. Ecco, il lavoro di chi si occupa dei giovani a livello sportivo si potrebbe paragonare a quello dell’ingegnere, naturalmente con le dovute attenzioni. È necessario comunque partire dall’approfondimento delle peculiarità e delle caratteristiche delle diverse fasce d’età con cui il tecnico lavorerà, dalle fasi di accrescimento e da quelle sensibili. È quindi essenziale conoscere il gruppo e il singolo, attraverso delle valutazioni sulle diverse sfere che compongono l’atleta (fisica e motoria, tecnica e tattica, psicologica e cognitiva).

Per agire al meglio, poi, occorre sapere che:
- un processo pluriennale di formazione sportiva giovanile deve prendere in esame gli effetti di una preparazione multilaterale di base;
- si parte da un processo di multilateralità di base, per orientarsi poi gradualmente alle caratteristiche sport-specifiche;
- stabilire cosa allenare in un giovane calciatore non può prescindere dal suo grado di maturazione biologica. Questa, infatti, spesso non corrisponde con l’età anagrafica dell’allievo.

L’IMPORTANZA DI UNA PREPARAZIONE MULTILATERALE DI BASE
Per formazione multilaterale si intende la strutturazione più ampia di tutti gli schemi motori di base (SMB) disponibili nella motricità di un bambino. Per gli arti inferiori, gli SMB sono, ad esempio, camminare, correre e saltare. Per quelli superiori abbiamo afferrare, lanciare, prendere. Per il tronco o corpo propriamente detto sono rotolare, strisciare, arrampicarsi (tratto da “Le Linee Guida della Scuola Calcio FIGC”).

DAGLI SCHEMI MOTORI DI BASE ALLE ABILITÀ TECNICHE
L’evoluzione della motricità di base permette di inserire nella pro- grammazione delle attività elementi motori più orientati alla disciplina specifica. Il concetto di multilateralità deve gradualmente orientarsi alle caratteristiche motorie dello sport. Accentuando gli elementi della motricità specifica, sarà possibile quindi strutturare, anche se in forma ancora approssimativa, le abilità tecniche del gioco.

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I “vecchi” giochi che si facevano più di vent’anni fa possono nascondere importanti apprendimenti per i giovani giocatori dell’attività di base, ma anche delle fasce agonistiche del vivaio.

Il calcio è un gioco popolare e nasce dalla strada: così recita il Comunicato Ufficiale numero 1 del Settore Giovanile e Scolastico. Allora perché non pensare di riprodurre veramente durante gli allenamenti dei più piccoli, pensiamo a Piccoli Amici, Primi Calci, Pulcini ed Esordienti alcune delle attività che la facevano da padrone quando ci si ritrovava al campo sotto casa, all’oratorio o su una strada sterrata? Da qui nasce l’idea di quest’articolo, che ha l’obiettivo di riportare in luce il divertimento e l’autonomia che erano vissute da tutti i nati prima del 2000 quotidianamente.

DIVERTIMENTO E AUTONOMIA
Ecco due termini che allora erano estremamente di moda e devono tornare ad esserlo anche adesso: il primo è la base per tutti coloro che si presentano al campo e deve essere uno dei “veicoli” che porta all’apprendimento. Il secondo è per forza di cosa uno degli obiettivi che qualsiasi istruttore deve perseguire: infatti... “Un buon insegnante è uno che si rende progressivamente superfluo” (Thomas Carruthers).

Questo perché è riuscito a stimolare i propri giocatori, in questo caso all’indipendenza e all’auto-organizzazione. Insomma, non era quello che accadeva nel calcio di strada? Si formavano le squadre – e la maggior parte delle volte erano equilibrate – si trovavano (a volte in- ventavano) gli spazi di gioco anche se c’erano ostacoli e si stabilivano le regole, accettate da tutti. I tempi di gioco? Spesso infiniti oppure decisi dal “buio” o dalla chiamata della mamma.

Detto questo, consapevoli che non è semplice tornare a quei momenti, ricreandoli in modo perfettamente identico, anche se la soluzione di organizzare spazi di gioco libero in orari e giornate lontano dagli allenamenti codificati è un’ottima scelta, vi proponiamo otto giochi “cult” che si possono utilizzare nelle varie fasi della seduta. Possono essere usati all’inizio come pre-riscaldamento oppure nel periodo centrale per migliorare la parte tecnica o quella situazionale oppure ancora in quello finale come partita.

LE ATTIVITÀ PRATICHE
Ma quali erano i giochi che ricordiamo con più piacere e quali le regole principali? Eccoli:
1>1 a tutto campo con gol in area;
2>2 con un solo portiere (che può evolvere anche in 3>3, 4>4, 5>5 e via dicendo sempre con un solo portiere);
la tedesca, detta anche “undici” o “al volo” o ancora “mischietta” a seconda delle regioni in cui si giocava;
il muretto;
la classica partita senza casacche in numeri variabili (anche in su- periorità o inferiorità numerica);
tiro e paro (le porte);
dall’1>1 al 6>6 (o anche in disparità numerica) con ostacoli; prendi (o ruba) il cono – o anche “castellone”, era un gioco molto usato all’oratorio estivo dagli animatori.

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Perché può essere utile coi bambini in età prescolare utilizzare proposte di psicomotricità collegate al calcio.

Psicomotricità per i più piccoli: questo l’argomento dell’articolo. Infatti, un numero sempre più crescente di bimbi in età prescolare si presenta al campo per… giocare a calcio. Deve essere chiaro che coi bambini di 3-5 il calcio deve essere solo il “veicolo” per proporre la corretta attività. Infatti, le esperienze da trasmettere devono essere legate al gioco-sport calcio e alla psicomotricità per far sì che i bimbi imparino a muoversi e a relazionarsi, sviluppando la propria motricità attraverso, ad esempio, una palla di spugna prima, da calcio poi (comunque a loro “misura”), affascinante e insostituibile. La palla è quindi al centro del percorso e le lezioni/allenamenti devono essere organizzate con proposte motorie a carattere ludico.

Gli obiettivi del- l’attività “Baby Sport”, possiamo chiamarla in tal modo come il progetto che stiamo portando avanti in prima persona, pongono le radici nello sviluppo degli schemi motori di base (correre, saltare, rotolare...), nelle capacità generali e specifiche dell’età prescolare: parliamo della ricerca di uno sviluppo motorio armonico attraverso la creatività, l’espressività e la coscienza di sé, agevolando le relazioni con gli altri, con lo spazio e con il materiale a disposizione.

IL GIOCO
Insegna al bambino ad avere fiducia nelle proprie capacità: attraverso questo processo, il piccolo diventa consapevole del proprio mondo interno ed esterno, iniziando ad accettare l’interazione tra queste due realtà. Quindi impara e cresce.

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Alcune importanti considerazioni per allenare al meglio i numeri uno del vivaio. I prerequisiti, la valutazione, i metodi e le proposte pratiche.

Per affrontare l’argomento dell’allenamento del giovane portiere bisogna chiarire immediatamente che è completamente differente da quello un adulto. Infatti, fisico, esperienze, capacità non consentiranno mai al piccolo portiere o al giovane numero uno di svolgere esercizi da adulto anche se “tagliati” o “riveduti”. Tutto ciò è dovuto anche all’attenzione che gioca un ruolo fondamentale poiché soprattutto i più piccoli hanno difficoltà nel mantenerla costante: si acquisisce col tempo.

Il giovane numero uno ha necessità totalmente diverse: deve svolgere esercizi propedeutici, coordinativi, tecnici e tattici, che, secondo la sua crescita, si completeranno in seguito quando raggiungerà livelli di forza più importanti grazie alla maturazione fisica. Questa breve introduzione si completa di una riflessione che reputo di importanza assoluta: colui che allena il giovane portiere deve avere una profonda competenza del ruolo. Infatti, è l’allenatore che offrirà al giovane tutto quel bagaglio di conoscenze che faranno la differenza quando arriverà in prima squadra. È la formazione degli anni giovanili che genera il valore successivo.

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Un’interessante proposta pratica che permette di sintetizzare attività coordinativa, allenamento tecnico e situazionale in contesti in cui si deve lavorare con diversi portieri dell’attività di base.

Un solo allenatore, molti portieri e… poco spazio: è una situazione in cui possono incorrere molti allenatore dei numeri uno, in special modo del settore giovanile. Affinché una proposta d’allenamento risulti adeguata ed efficace, non bastano le buone idee. Bisogna organizzare e personalizzare le varie esercitazioni in base al numero, all’età e alle capacità degli allievi. Questo per stimolare le loro abilità e nello stesso momento puntare a correggere i gesti motori e tecnici. Purtroppo, però, vedere molti portieri in fila in attesa del proprio turno per una presa, un tuffo, un’uscita alta, con l’allenatore in affanno a calciare un pallone dopo l’altro, è frequente. E non è la strada migliore. Ecco perché, in tali situazioni, occorre pensare a qualcosa di diverso. Ricordiamolo sempre: il nostro fine deve essere quello di far diventare i ragazzi “protagonisti” della sessione di training attraverso lavori analitici o globali, in cui viene permesso loro di acquisire maggiore confidenza con l’attrezzo palla e con le situazioni di gioco.

IL GIOCO DELL’O.C.A

Lo avete presente? Si tratta di un percorso con una serie di compiti e azioni da svolgere con l’obiettivo di avanzare per la vittoria finale. L’acronimo O.C.A cade a proposito, perché possiamo riferirlo alle parole “Obiettivi, Compiti e Azioni”; quindi, può sintetizzare concet- tualmente ogni proposta d’allenamento. E può funzionare perfettamente per una proposta che utilizzeremo per porre rimedio al fatto di allenare tanti bambini in poco spazio. Infatti, è fondamentale per un allenatore in tale contesto operativo stabilire degli obiettivi da perseguire, affidare i compiti ai propri giocatori e chiedere loro le esecuzioni. Osservando il tutto e correggendo.

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I comportamenti dei numeri uno per affrontare al meglio una giocata dall’esterno con l’attaccante che anticipa il difensore.

Nel gioco moderno, grazie alla match analysis, è possibile notare che diverse reti vengono segnate dopo un cross indirizzato in area con l’attaccante che riesce ad anticipare il diretto marcatore e calciare di prima intenzione oppure trovando l’impatto con il pallone di testa. Inoltre, capita spesso di osservare che, su queste giocate dall’esterno, vi sono dei pericolosi inserimenti in zona gol da parte dei centrocampisti. In tali situazioni il portiere è costretto a intervenire in diverse modalità:
• con una parata in tuffo dopo contromovimento;
• con un intervento in tuffo sulla corsa;
• con uno spostamento e un arresto.

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L’allenatore della Fiorentina Women’s racconta la stagione conclusa con lo scudetto e la Coppa Italia e offre uno spaccato sul calcio femminile italiano.

Fiorentino di nascita, ha giocato nella Fiorentina con la quale in gioventù ha pure vinto un “Torneo di Viareggio” ed ora è allenatore della Fiorentina Women’s, la squadra che ha dominato la scorsa stagione. Sauro Fattori, 56 anni, ha la parlata toscana e la gioia nel cuore per un’annata nella quale ha fatto double, scudetto e Coppa Italia, regalando alla famiglia Della Valle, un trofeo (anzi due), che la sezione maschile non ha mai vinto.

Fattori, lei ha iniziato ad allenare le ragazze nel 2012...
«Sì, il presidente dell’ACF Firenze, Andrea Guagni, mi chiese di avvicinarmi al mondo del femminile, gli dissi di sì. Abbiamo vissuto due buone stagioni nelle quali abbiamo conquistato l’ottavo posto; nella terza ci siamo classificati quarti. Poi...»

Poi?
«Poi è arrivata la Fiorentina, l’amore di una vita sportiva. La Federcalcio, per le società di A, ha inserito l’obbligo di avere almeno una squadra giovanile femminile, un’idea geniale per cercare di allargare la base. Noi abbiamo 10.000 tesserate, i Paesi del Nord e la Germania ne hanno due milioni, lei capisce che quando si fa selezione per la Nazionale non c’è proporzione. Il nome dei club di Serie A è attrattivo, aiuta a catalizzare interesse.»

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Il nostro viaggio nei settori giovanili italiani, per questa stagione, si conclude a Milano. Proprio dove siamo partiti. Questa volta le protagoniste sono le ragazze dell’Inter. Il direttore Roberto Samaden e il responsabile dell’attività di base, Giuliano Rusca ci raccontano l’interesse della società nerazzurra per il calcio femminile. Stefano Torriani e Alessio Marelli ci portano direttamente in campo a vedere gli allenamenti.

All’Inter il calcio femminile è di casa. Infatti, c’è da diversi anni una sinergia con l’Inter femminile grazie al legame con Beppe Baresi, bandiera dell’Inter e secondo di Mourinho, e sua moglie Elena Tagliabue. Ci raccontano tutto del progetto attuale Roberto Samaden, il direttore del settore giovanile, Giuliano Rusca, il responsabile dell’attività di base che segue con attenzione le squadre femminili, Stefano Torriani, il responsabile tecnico per le giovani giocatrici e Alessio Marelli, mister della squadra Giovanissime 2003. Partiamo dall’esperienza del direttore Samaden.

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Il progetto strutturato dalla società del patron Squinzi per il calcio femminile. L’organizzazione, la filosofia, le prospettive.

Ci sono diverse strade che si possono percorrere per allestire un settore femminile. Si può partire creando un vivaio ex novo come abbiamo illustrato nei numeri scorsi (vedi il progetto del Milan, della Roma e del Genoa) o iniziare da una realtà già presente nel territorio. A raccontarci le scelte del Sassuolo, il direttore organizzativo del settore giovanile maschile, Alessandro Terzi e la responsabile della sezione femminile, Maria Grazia Azzolini. Quindi, andremo sul campo con l’allenatrice delle Giovanissime, Patrizia Idili.

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Allenamento fisico 
Le soluzioni per migliorare la tecnica di corsa controllando testa, braccia e piedi. L’utilità delle salite per gli aspetti coordinativi.

Chi ha letto l’articolo apparso sul numero scorso avrà sicuramente notato come “correre bene” non sia poi così semplice: anzi la tecnica esecutiva è composta da tanti aspetti. In questo scritto, proseguiremo nella nostra analisi ponendo l’accento sull’importanza della mobilità, della stabilità della testa e del movimento delle braccia; inoltre, spiegheremo i perché delle salite e della frequenza del passo/ampiezza del passo.

IL BACINO E LA COLONNA
Partiamo rammentando che tutti gli esercizi di mobilizzazione della colonna e del bacino sono fondamentali per non creare rigidità al corpo; un bacino con buona mobilità aiuta notevolmente l’azione di corsa e questa dipende molto dalla scioltezza della colonna vertebrale. Un giovane con la schiena rigida tende a correre male, oltre che a respirare male. Ecco che è conveniente intervenire con esercizi di mobilità articolare per la colonna. Oltre alla mobilità, è fondamentale anche la stabilità, poiché la spinta degli arti inferiori si proietta sul bacino attraverso un gioco di tensioni tra muscoli addominali e dorsali, fondamentale per mantenere il tronco eretto e leggermente inclinato in avanti. Per questo, allenare il core, diviene un lavoro essenziale per la tecnica di corsa.

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Una progressione di lavoro utile per l’attivazione pre-allenamento, la prevenzione e non solo con questo semplice attrezzo, economico e di facile reperibilità.

Il termine mini-band o “ring” (anello, per via della forma circolare) indica un particolare tipo di elastico utilizzato in ambito sportivo. In commercio, si possono trovare mini-band che differiscono per diametro e livelli di resistenza (leggera, media, pesante ed extra-pesante), oltre che per composizione del materiale elastico. Questi piccoli attrezzi, dal costo contenuto, permettono all’istruttore-allenatore motorio di educare all’utilizzo consapevole del proprio corpo sia gli adulti sia i ragazzi. Aumentare la resistenza contro la quale effettuare un movimento può significare amplificare l’impiego di un particolare comparto muscolare. Uno dei vantaggi delle mini-band è la possibilità di essere sfruttate senza l’ausilio di punti di aggancio esterni. Infatti, mani, piedi, gambe o braccia rappresentano sia punti fissi di ancoraggio sia gli effettori del movimento. Inizieremo ora la nostra “avventura” con questo attrezzo partendo dal centro del nostro corpo, il core.

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Allenamento fisico
Le soluzioni per migliorare la tecnica di corsa mutuando proposte pratiche dall’atletica leggera. L’importanza di allenare i piedi.

Il calcio, come la maggior parte degli sport di squadra, è caratterizzato durante il gioco da azioni di corsa che prevedono variazioni di velocità e di direzione. Tali espressioni della prestazione rappresentano sostanzialmente la risposta fisica e tecnica, con o senza palla, alle richieste tattiche delle varie situazioni di gioco. Fino ad ora il modello prestativo del calciatore, risultante dalla match analysis fatta in gara riguardo le tipologie di spostamento, è classificato come segue:
• sosta;
• cammino (4 km/h);
• jogging (8 km/h);
• corsa a moderata velocità (>12 km/h);
• corsa a media velocità (>16 km/h);
• sprint (>20 km/h);
• corsa all’indietro.

È chiarissima l’importanza dello schema motorio del correre in tutte le sue modalità. Si potrà discutere sulla scelta delle distanze, sull’intensità, sulla percentuale di corsa nel complesso delle varie esercitazioni, ma non si potrà mai prescindere da questa. Tutte le forme di corsa provocano fatica e poiché quella effettuata dal calciatore è di natura aritmica (in parte rapida, in parte moderata, in parte lenta), è necessario che l’individuo sappia adattarsi e sia “condizionato” per queste tre forme principali di locomozione. Per i giocatori è determinante saper giocare a calcio e muoversi in relazione alla palla, agli avversari e ai compagni, ma allo stesso tempo è fondamentale correre bene. E soprattutto nei settori giovanili l’educazione alla corsa dovrebbe essere un tema sensibile da affrontare poiché molti piccoli calciatori hanno tecniche inappropriate.

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