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Spiegazioni e consigli su come organizzare lo staff e relazionarsi coi giocatori secondo Fabio Cannavaro, ex Campione del Mondo con la Nazionale nel 2006 e Pallone d’Oro, da 2 anni coach in piena regola del Guangzhou Evergrande.


Di ospiti al nostro Master Digital Edition ne abbiamo avuti. Tra questi, a concludere la giornata di sabato è stato Fabio Cannavaro, eterno capitano e Campione del Mondo della Nazionale italiana nel 2006, Pallone d’Oro dello stesso anno e FIFA World Player of the Year. Non solo, perché nel 2009 è stato inserito nella squadra ideale del decennio da The Sun, entrando pure a far parte della Hall of Fame del calcio italiano tra i calciatori nel 2014. Dopo il ritiro il mondo del pallone non ha smesso di ruotargli attorno, avvicinandolo sempre più all’epicentro di un futuro prossimo: la carriera da allenatore. Così da arrivare a rappresentare oggi la figura di un tecnico dallo stile estremamente moderno e al contempo... vincente.

Gli inizi di mister Fabio

«Tutto nella mia vita mi sarei immaginato tranne di fare l’allenatore. Ma solo perché da giocatore ho dato tanto: ricordo gli ultimi 7-8 anni di quella vita, quando giocavo, dormivo, mangiavo, viaggiavo e basta. Dentro di me probabilmente non vedevo l’ora di smettere. Appesi gli scarpini, mi sono posto subito un nuovo obiettivo: ho frequentato il corso da allenatore a Coverciano e anche quello da direttore sportivo, perché in realtà volevo diventare un dirigente. Sono andato infatti a Dubai per fare da sport advisor del- l’Al-Ahli.» Ma cosa è successo? Fabio è sempre stato curioso, ricorda i tempi di Quique Flores in cui chiedeva di tutto, al punto da risultare pesante per le sue “troppe” domande. Dopo 2 trofei in 2 anni, arrivò Cosmin Olaroiu, un tecnico rumeno molto quotato in quegli anni, e vinse 4 trofei quell’anno. E a inizio della nuova stagione avvenne la chiacchierata con il suo presidente per dirgli che, pur avendo ancora un anno di contratto, una “fiamma” dentro si era accesa: «Volevo provare a fare l’allenatore, iniziando però nel ruolo di collaboratore. Parlai con Oli e, a differenza di tanti altri che l’avrebbero potuta prendere diversamente, accettò senza troppi problemi. Così cominciai come assistente, rimanendo sempre due passi dietro a tutti perché sapevo quale fosse il mio posto.

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